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Allarme per le sostanze altamente preoccupanti (SVHC)

L'organizzazione non governativa ChemSec ha di recente inviato una lettera a Bjorn Hansen, direttore esecutivo dell’ECHA, in cui si focalizza l’attenzione dell’ente europeo sulle sostanze cosiddette “estremamente preoccupanti” (Substances of Very High Concern, SVHC).

Tali sostanze sono, in generale, quelle di cui si è provata la tossicità per la salute umana o per l’ambiente, e che possono risultare anche cancerogene. La ong invita il capo dell’ECHA a velocizzare i processi di identificazione delle SVHC, cercando un modo per evitare che si arrivi ad un congelamento delle procedure REACH. Il direttore esecutivo di ChemSec, Anne-Sophie Andersson, ha fatto sapere che la sua associazione approva la roadmap stilata dall’ECHA al fine di determinare le priorità per le potenziali SVHC; allo stesso tempo però stimola l’ente ad andare oltre la prima fase, fissando nuove priorità. Alla luce del secondo report sul REACH che è stato pubblicato di recente, la Andersson ha dichiarato che l’associazione che rappresenta trova eccessiva la lentezza con la quale si sta procedendo nell’identificazione delle sostanze estremamente preoccupanti. Nella relazione, infatti, la Commissione Europea ha riconosciuto che il processo di aggiunta delle SVHC all’elenco generale è estremamente lento. A tal proposito la Andersson rileva come vi sia una discrepanza tra la relazione della Commissione e quella presentata invece da ECHA circa lo stato di avanzamento dei lavori. Secondo il report ECHA tutte le SVHC attualmente conosciute sono già state schedate e catalogate. Quest’affermazione, d’altro canto, stride anche con i dati in possesso della stessa ChemSec. Secondo Echa le sostanze estremamente preoccupanti sono 191, viceversa per i calcoli della ong esse sarebbero 912. Questo conteggio è stato fatto sulla base di informazioni disponibili pubblicamente, provenienti da banche dati e studi scientifici. Nel novembre dello scorso anno Echa ha identificato sette sostanze che non sono ancora sottoposte a controllo normativo ma che potrebbero essere potenzialmente dannose per l’uomo o l’ambiente. Nella sua lettera, la Andersson afferma ancora che ChemSec ha potuto verificare che la responsabilità della lentezza nel riconoscimento delle SVHC non è da addebitare alle procedure previste nel regolamento REACH; al contrario, le maggiori responsabili sono le industrie del settore che spesso sollevano eccezioni dando il via a lunghe azioni legali. All’interno del documento, infine, vengono elencate cinque domande a cui Bjorn Hansen dovrebbe dare una risposta. La prima domanda si interroga sull’importanza delle sostanze non registrate, che spesso sono prodotti chimici che potrebbero entrare e circolare nell’Unione Europea all’interno di articoli importati. Il secondo quesito riguarda le sostanze chimiche classificate come cancerogene, mutagene e tossiche per la riproduzione; ci si chiede se esse siano adeguatamente regolamentate sulla base di requisiti che vengono poi usati per la loro classificazione e perché vengano escluse dal processo di screening. Ancora, si chiede ad Hansen in qualità di rappresentante ECHA, quale sia la sua opinione sull’elenco delle sostanze soggette a restrizioni. Secondo l’agenzia per le sostanze chimiche, infatti, quasi un terzo delle sostanze è già in lista di attesa per la valutazione, ma ancora si è ben lontani dall’aver portato a termine l’intero processo. La quarta domanda è forse quella più pungente, perchè avanza il dubbio che le lungaggini nell’identificazione delle SVHC non siano casuali e servano piuttosto a fare in modo che tali sostanze non debbano rispondere del nuovo regolamento ancora per un certo numero di anni. Da ultimo, si chiedono ad ECHA garanzie circa il fatto che la selezione delle sostanze venga fatta sempre rigorosamente sulla base di criteri scientifici.