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Buoni risultati per le alternative alle sperimentazioni sugli animali

Uno dei punti più spinosi che in questi mesi sono stati sollevati circa le prcedure di attuazione del REACH ha riguardato le sperimentazioni. In base a quello che viene detto nel nuovo regolamento, che riguarda la classificazione e la certificazione delle sostanze chimiche, è infatti necessario che ogni sostanza abbia una sua classificazione e che per ottenerla vengano eseguiti ex novo dei test di valutazione.

Molto spesso le sperimentazioni previste sono su animali, per quanto, a seguito delle proteste delle associazioni animaliste, si siano messi a punto anche altri metodi alternativi di uguale efficacia e validità. Di recente l’Agenzia Europea per le sostanze chimiche, l’ECHA, ha pubblicato una relazione in cui si dimostra che i dichiaranti REACH hanno usato in buona misura tali test alternativi: nove su dieci sostanze analizzate hanno usato tali test e non quelli su animali. Ciononostante alcune organizzazioni animaliste hanno subito protestato, dicendo che i fatti non sono così positivi come l’ECHA vuole far credere. Infatti, i dati presi in considerazione dall’ECHA sono relativi a 6290 sostanze classificate in un periodo di tempo compreso tra il 2006 e il 2016. I test alternativi sono stati adottati nell’89% dei casi; il più usato è quello dell’incrocio dei dati, impiegato in oltre il 60% dei casi. In conclusione il direttore esecutivo dell’ECHA Geert Dancet ritiene che vi sia stato un “trend positivo”, così come scrive nella prefazione alla relazione. Ciononostante, come dicevamo, non tutti sono concordi a condividere tanto ottimismo. La dottoressa Katy Taylor, rappresentante dell’ECEAE (Coalizione Europea per Cessare i test su Animali - European Coalition to End Animal Experiments), ha invece detto che c’è ben poco di cui essere soddisfatti. Nel report ECHA del 2014 i test su animali risultavano essere stati in numero di 4887; nell’ultimo report invece ne risultano 9287, praticamente il doppio. I test in vitro invece risultano essere soltanto una piccolissima parte del totale. Soprattutto relativamente ai test per controllare la possibilità di irritazioni della pelle e agli occhi soltanto una minima percentuale dei registranti ha preferito i test in vitro, mentre ancora una volta sono apparsi preponderanti quelli su animali. L’accusa della Taylor è stata precisa e circostanziata nei confronti della Commissione Europea, rea, a sua detta, di non aver aggiornato con sufficiente rapidità gli allegati al REACH relativi ai test che era possibile usare per effettuare i controlli sulla pericolosità delle sostanze chimiche. L’ECHA si è difesa dicendo che le modifiche intercorse in questi ultimi anni al regolamento rendono impossibile fare un paragone diretto tra i dati raccolti nel 2014 e quelli raccolti attualmente; e che ciononostante i numeri relativi ai test in vitro sono molto simili. L’elevato numero di test su animali vivi, dicono i redattori del report, si deve attribuire al fatto che alcuni test devono essere eseguiti con dosaggi ripetuti, e che i dati che riguardano la tossicità riproduttiva diventeranno validi solo a partire dal 2020. L’ECHA ha concluso dicendo che comunque lo scopo di qualunque modifica o miglioria è di aumentare la qualità dei dati raccolti. Qualità che, nei fatti, sembra essere ancora carente, nonostante ai dichiaranti sia stato concesso l’uso di tanti metodi alternativi. Ancora, ha detto l’ECHA, sussistono molte criticità nei dossier che vengono inviati. I problemi maggiori sono: scarsa documentazione; insufficienti informazioni sull'identificazione delle sostanze; studi carenti; mancanza o totale assenza dei dati di supporto; mancanza di dati in grado di avvalorare le previsioni tossico-cinetiche; carenze nelle ipotesi tossicologiche. Per aumentare la qualità in futuro si renderanno necessari dati aggiuntivi, in particolare relativi agli esami tossicologici ed alle proprietà dette ADME (assorbimento, distribuzione, metabolismo ed escrezione).