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Echa intensificherà gli sforzi per garantire la conformità al REACH

Bjorn Hansen, presidente di Echa, l’agenzia Europea per le sostanze Chimiche, ha espresso la sua volontà di moltiplicare gli sforzi per risolvere i problemi di conformità che possono sorgere al momento della registrazione al REACH. Questa volontà è stata espressa in occasione della riunione annuale di tutti gli enti impegnati in merito al nuovo regolamento europeo sulle sostanze chimiche, che si è svolta l’8 Novembre con i membri della Commissione per l'Ambiente del Parlamento europeo.

La discussione si è focalizzata prevalentemente su un recente progetto portato avanti dalla Germania. In questa occasione sono stati controllati 3.800 dossier REACH ed è stato rilevato che il 32% di tali dossier, relativi alle sostanze movimentate in quantità pari o superiori a 1.000 tonnellate l’anno, non era conforme. Hansen si è definito “preoccupato” da questi numeri e per questo ha imposto all’Echa di intensificare gli sforzi per evitare che simili situazioni possano replicarsi in futuro. Infatti è l’Echa che conduce i controlli di conformità e in questo ambito sta spendendo molte energie. L’impegno profuso finora, però, ha puntualizzato Hansen, si è dimostrato non sufficiente. Ad oggi sono stata esaminate 700 sostanze, i due terzi delle quali si sono dimostrate carenti di alcuni dati considerati essenziali. L'approccio adottato, ha spiegato ancora Hansen, è quello di non procedere ad una campionatura casuale, ma consiste nel selezionare quelle sostanze in cui vi sia una maggiore probabilità di non conformità. Alle affermazioni del presidente dell’Echa l’eurodeputato olandese Bas Eickhout ha risposto spronando l’agenzia ad agire in modo più incisivo, e quindi a dare un seguito alla preoccupazione espressa con azioni concrete. Il problema principale che presenta la non conformità di alcuni dossier è che numerose sostanze restano nel dubbio, ovvero ancora non è possibile sapere se sono rischiose o meno. Per questo, sempre secondo Eickhout, l’Echa ha l’obbligo di comunicare in modo molto chiaro che cosa ha fatto in merito, e deve spiegare perché alcune sostanze chimiche sono ancora sul mercato. Se dopo 10 anni un terzo dei fascicoli è ancora incompleto, ha affermato con decisione l’eurodeputato, vuol dire che l’Echa sta fallendo. A dargli man forte è intervenuto anche l’eurodeputato polacco Bolesław Piecha, che ha invocato maggiore trasparenza e ha suggerito che vengano rese note tutte le informazioni sulle società non conformi, a beneficio sia degli esseri umani che dell'ambiente. In risposta, Hansen ha garantito che gli sforzi verranno moltiplicati in tal senso. L’eurodeputato francese Michèle Rivasi ha poi sollevato un altro argomento, ricordando come il REACH preveda che l’Echa abbia l’onere di analizzare solo il 5% delle richieste. Questa percentuale appare del tutto insufficiente, e Rivasi ha chiesto addirittura il 100%. Naturalmente, ha ribadito Hansen, per fare questo, e per apportare anche altre migliorie al ciclo di revisione, sono necessari più fondi e più risorse. L’onere richiesto dal controllo totale sui dossier è davvero vasto: Hansen ha detto che un impiegato a tempo pieno può eseguire circa cinque verifiche di conformità dei dossier in un anno. Perciò sarebbero necessari molti anni per controllare tutte le registrazioni, se lo si volesse fare prima di approvarle. Ecco perché invece l’Echa lo fa ex-poste, vale a dire dopo l’approvazione. Questo metodo è stato preferito al fine di consentire comunque alle società di rimanere sul mercato non illegalmente, in quanto i dossier sono completi, anche se in molti casi non conformi. L’obiettivo attuale dell'agenzia è di controllare 200 dossier all’anno, che coprono comunque circa il 30% del marcato. La conclusione di Hansen è che comunque è necessario che la Commissione discuta con l’Echa la questione delle risorse e dei finanziamenti necessari.