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Gli imprenditori britannici vogliono restare con l’ECHA

Come è noto il popolo britannico ha votato, nel corso di un referendum popolare, a favore dell’uscita dalla Comunità Europea. Tale separazione ancora non è avvenuta nei fatti, ma si concretizzerà nel corso dei prossimi mesi. Sono numerosi i nodi da sciogliere e tanti gli aspetti da chiarire per avere un quadro più preciso di quella che sarà la situazione post Brexit (questo il nome che ha preso la formalizzazione dell’uscita della Gran Bretagna dall’Europa).

Uno degli aspetti non secondari della questione riguarda anche il REACH: il nuovo regolamento europeo relativo alla movimentazione delle sostanze chimiche non dovrebbe, almeno in teoria, interessare le aziende britanniche, ma la maggior parte degli imprenditori inglesi è di avviso diverso. Infatti la CBI (Confederation of British Industry), organizzazione che rappresenta oltre 190 mila imprese del Regno Unito, si è caldamente raccomandata affinché, nonostante la Brexit, il Paese resti comunque all’interno dell’ECHA e dei regolamenti da tale agenzia emanati. In un report del mese di dicembre 2017, infatti, la CBI ha fatto sapere che, mentre le regole dell’Unione Europea sono spesso macchinose e molto onerose da seguire, l’ECHA si propone come leader mondiale nel suo settore. Quindi per l’associazione appare di fondamentale importanza che il Regno Unito continui a far parte dell’organismo ECHA anche dopo l’uscita dalla Comunità Europea, perché questo appare l’unico modo per restare concorrenziali a livello non solo europeo, ma globale. Le industrie chimiche britanniche, prosegue il documento della CBI, sono ormai talmente dentro ai meccanismi europei di import export che tirarsi fuori dal REACH, dovendo di conseguenza rispettare in seguito due regolamenti diversi, uno per il commercio estero e uno per quello nazionale, costituirebbe uno svantaggio non indifferente. Ma non solo i costi di adeguamento sarebbero molto elevati: non sembra aver senso rifiutare uno standard, quale è quello del REACH, che è stato adottato anche da molti Paesi non europei che ne hanno riconosciuto l’assoluta superiorità rispetto ad altri modelli simili già vigenti. In una parola, per la CBI adottare il REACH non è solo una semplificazione, ma anche un’azione auspicabile in quanto tale regolamento è nettamente superiore agli altri esistenti. E non è solo la CBI a sostenere questo: anche la CTPA (l’associazione britannica che si occupa di profumi e articoli di cosmesi) ha detto che non aderire al REACH e all’ECHA dopo la Brexit rappresenterebbe un enorme svantaggio per il mercato nazionale inglese. Si sono associati alla posizione di CBI e CPTA anche la CIA (Chemical Industries Association) e la CBA (Chemical Business Association). In sostanza non si mette in discussione l’uscita del Regno Unito dalla Comunità Europea, ma si sostiene solo che, laddove gli standard europei vengano considerati migliori rispetto a quelli nazionali, e soprattutto se la loro adozione può portare dei vantaggi in termini di scambi internazionali, è doveroso restare a far parte dell’organismo collettivo. Anche il Comitato della Camera dei Lord, nel febbraio dello scorso anno, ha ribadito la necessità da parte della Gran Bretagna di continuare a far sentire la sua voce in ambito europeo su certi argomenti. D’altro canto questa non sarebbe una novità: in passato hanno fatto pesare la propria opinione anche Paesi non appartenenti alla UE come la Norvegia e il Liechtenstein. Resta però ancora poco chiaro il modo concreto in cui sarà possibile per l’Inghilterra continuare a far parte in modo attivo e partecipativo dell’ECHA: questo è ancora da definire.