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Gli stati non hanno risorse sufficienti ad attuare pienamente il REACH

Gli stati membri dell’Unione Europea e afferenti all’area economica europea (EEA, European Economic Area) hanno detto che le loro risorse umane e finanziarie non sono sufficienti per adempiere in modo adeguato alla normativa prevista nei regolamenti REACH (registrazione, la valutazione, l'autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche) e CPL (classificazione, etichettatura e imballaggio).

Alcuni stati credono infatti che la messa in atto di queste normative non potrà avvenire pienamente nei loro Paesi, per quanto si ritengano generalmente soddisfatti delle risorse tecniche che sono state messe in campo. Queste realtà sono emerse a seguito della compilazione di un questionario che gli stati membri, e le autorità competenti dell’EEA, devono redigere una volta ogni cinque anni. Nell’ultimo questionario che è stato redatto si parlava del REACH e delle operazioni compiute nel periodo compreso tra il 2010 e il 2015, e del CPL nel periodo compreso invece tra il 2011 e 2014. A sottoscrivere il questionario sono state 45 autorità competenti (CAs) dei paesi membri dell’Unione Europa, e inoltre hanno partecipato anche Islanda, Liechtenstein e Norvegia. Sei di questi Paesi possiedono anche più di un solo CAs. Il questionario include anche un resoconto sulle attività di controllo e la loro programmazione. Ventuno paesi dell’Unione e dell’EEA hanno detto infatti di aver attuato un piano di controllo relativo al REACH. Malta, Portogallo, Romani e Slovenia hanno ideato un piano di controllo, ma ancora non lo hanno messo in pratica. Belgio, Lettonia, Estonia, Ungheria, Norvegia e Liechtenstein ancora non hanno nemmeno un piano ben preciso. Ventisei CAs hanno detto di aver creato una strategia complessiva per la messa in pratica del REACH, benché Bulgaria, Estonia, Lettonia, Norvegia e Liechtenstein non abbiano ancora fatto lo stesso. Circa la metà ha affermato di aver fatto la stessa cosa anche per quel che concerne il regolamento CPL. Gran parte delle strategie che sono state messe in atto, a seconda di quanto emerge dal report finale, riguarda soprattutto gli utilizzatori a valle e le piccole e medie imprese (PMI). Le autorità nazionali di controllo (NEAs) sono riuscite ad ottenere dei buoni risultati agendo sulla base delle ispezioni preventive, e non di segnalazioni e reclami. Rispetto ai precedenti questionari è apparso come rispetto al REACH si siano intensificate le attività di controllo relative alle restrizioni e alla catena di approvvigionamento, mentre i controlli relativi al CPL hanno riguardato soprattutto le modalità di etichettatura. Undici Paesi hanno detto di aver partecipato con le autorità competenti a stilare i rapporti relativi alle SVHC (Substances of very high concern identification); sette di questi Paesi hanno detto anche di aver coinvolto anche altre imprese in questa operazione. Ventisei CAs hanno detto che c’è una sufficiente coordinazione tra loro e l’ECHA proprio sull’argomento SVHC. Quindici CAs hanno detto invece di essere state coinvolte, nel periodo preso in considerazione, nell’operazione di redazione dei dossier di valutazione; in molti casi si è riusciti a raggiungere l’obiettivo desiderato, ma in altri casi invece si parla di una qualità scadente dei dossier. In totale, il numero delle sostanze valutate dalle CAs è aumentato nel tempo: infatti è passato da 36 (2012) a 47 (2013) fino ad arrivare a quota 51 (2014). Nella valutazione delle sostanze però i CAs hanno riscontrato dei problemi, e nello specifico si è parlato di mancanza di esperienza, capacità e risorse finanziarie. Inoltre è stato rilevato anche il fatto che nel corso dei 12 mesi i dossier sono stati aggiornati, per via dei cambiamenti che sono stati introdotti nel processo di valutazione.