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Il REACH e i test su animali

Una delle questioni più annose che riguardano l’applicazione delle nuove normative REACH all’interno della Comunità Europea riguarda i test su animali. I test su animali sono stati banditi dalla Comunità Europea per quel che riguarda i prodotti cosmetici; ciò non toglie però che all’interno del REACH siano invece consentiti.

Il REACH infatti prevede che per testare la pericolosità di certe sostanze chimiche, in quanto il fine ultimo del regolamento è tutelare tutti coloro che con tali sostanze devono entrare in contatto, è necessario svolgere tutte le prove tossicologiche che si ritengono necessarie. Le sostanze chimiche di cui si prende atto nel REACH sono tante e di diversa natura, quindi ognuna di esse può richiedere una procedura diversa per verificarne l’eventuale pericolosità. Accade dunque che siano contemplati dei casi in cui i test su animali sono ancora concessi. Nello specifico, si permette l’esecuzione di sperimentazioni su animali se la sostanza che si sta indagando viene usata per tanti diversi scopi, e se è già stato accertato il suo grado di pericolosità sui lavoratori che la devono manipolare. Naturalmente però tali concessioni non potevano essere accettate dalle associazioni animaliste che si sono subito sollevate contro l’ECHA dicendo che queste clausole sono un’aperta violazione delle normative generali della Comunità Europea. Nello specifico, a muovere accuse più precise e circostanziate che sono state sottoposte alle autorità competenti è stata una ong animalista britannica, la PETA (People for the Ethical Treatment of Animals – Persone per il trattamento etico degli animali). La PETA UK ha formalmente presentato un esposto l’anno scorso riguardo ad una determina annunciata dall’ECHA nel 2014. In questa determina si specificavano le eccezioni in cui si riteneva consentito l’uso di test su animali. La PETA ha sollevato la questione della regolarità di questa decisione, poiché in aperto contrasto con la regola fissata in seno alla Commissione Europea di bandire definitivamente i test su animali nell’industria cosmetica. Proprio su questo ultimo particolare, però, si è allacciata la decisione del giudice, che ha respinto la richiesta della ong di cassare la parte di normativa in cui l’ECHA permette i test su animali in determinate circostanze. Il punto è, ha detto il giudice, che all’interno dell’Unione Europea i test su animali sono stati banditi solo e soltanto per quel che riguarda i prodotti dell’industria cosmetica. Viceversa, la casistica di sostanze che viene considerata all’interno della normativa REACH è ben più vasta e abbraccia molti altri settori produttivi. In conclusione si è quindi affermato che non c’è un vizio di forma nelle procedure chieste dall’ECHA e che non c’è contrasto tra le leggi europee e l’ECHA. A seguito di questa sentenza la PETA UK ha chiesto che quantomeno la Commissione Europea e l’ECHA pubblichino un documento in cui venga chiarito in che modo debba essere interpretato il divieto ad eseguire test animali sui prodotti cosmetici, in modo tale che in futuro non debbano più sussistere dubbi in proposito. La dottoressa Julia Baines, rappresentante della PETA, ha infatti detto che se non si chiarisce la normativa i produttori di cosmetici resteranno sempre in un limbo ai limiti della legalità. Inoltre la PETA vuole che venga reso chiaro che i test su animali possono essere usati solo nell’ambito di certe procedure ECHA ma che persiste il divieto al loro impiego da parte della UE. Anche un’altra associazione animalista, la CFI (Cruelty Free International) aveva sollevato la stessa questione all’inizio dell’anno.