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Il REACH e la sperimentazione animale

Fin da quando il REACH (regolamento sulla registrazione, sulla valutazione, sull’autorizzazione e sulla restrizione delle sostanze chimiche) è stato stilato per la prima volta, sono sorte numerose polemiche circa le modalità autorizzate per riconoscere il grado di pericolosità delle sostanze chimiche che sono l’oggetto di questa legge.

Così come recita il suo stesso nome, infatti, la normativa REACH ha lo scopo di uniformare le vigenti leggi dei vari Paesi europei creando un protocollo unico che renda più sicura la movimentazione e l’utilizzo di sostanze chimiche usualmente impiegate nell’industria. L’operazione prioritaria per rendere possibile questo è ovviamente classificare in modo univoco e incontrovertibile tutte le sostanze utilizzate, eseguendo anche dei test specifici che consentano di stilare schede complete che riportino le caratteristiche precipue di ogni sostanza, e che soprattutto ne valutino il grado di pericolosità e in quali situazioni (a contatto, se respirata, se ingerita, ecc). Molti dei test necessari vengono eseguiti in vivo, vale a dire su cavie animali. Esistono però anche delle metodologie alternative, e gruppi ambientalisti e animalisti si sono battuti fin dal primo momento affinché venissero adottati in sostituzione alla sperimentazione animale, o quantomeno in modo preponderante rispetto a quest’ultima. Finalmente, nel nuovo regolamento che è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 21 settembre 2016, l’Unione Europea ha introdotto e accettato dei nuovi metodi di sperimentazione per quel che concerne la sensibilizzazione cutanea. A convalidare questi test alternativi è stato l’European Union Reference Laboratory for Alternatives to Animal Testing (Eurl Ecvam) in accordo con l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (Ocse). Tali test si basano sul cosiddetto AOP (adverse outcome pathway), un processo che è in grado di valutare il grado di sensibilizzazione cutanea che può essere indotto da una sostanza senza dover ricorrere a cavie vive, ma semplicemente usando un approccio integrato per la sperimentazione e la valutazione (Integrated Approach to Testing and Assessment — Iata). Si tratta di esperimenti combinati, che però possono essere presi in considerazione anche singolarmente, che nello studio incrociato danno un risultato completamente attendibile circa la natura patogena di un agente se a contatto con la pelle. La modifica al testo del REACH prevede anche che si possano considerare attendibili dati già esistenti sulla base di queste prove senza dover ripetere test in vivo, se sono già stai condotti in passato. Partendo dai risultati di quegli esperimenti se ne eseguono degli altri in vitro per confermarne la veridicità. L’’incrocio delle risultanze consente di definire l’eventuale pericolosità di una sostanza in modo incontrovertibile, senza che si debba nuovamente ricorrere a sperimentazioni in vivo. Con questo, però, la questione di come condurre i test necessari per la classificazione delle sostanze chimiche non può dirsi conclusa. Infatti è necessario che venga indicata una metodologia applicabile in ogni situazione, in modo tale che nel momento in cui il REACH entrerà ufficialmente in vigore, nel 2018, in seguito non ci sia più necessità di tornare ulteriormente sulla questione. Per questo motivo gli stati membri dell’UE che aderiscono all’applicazione del REACH e l’ECHA (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche) nei prossimi mesi si preoccuperanno di stilare altri documenti che chiariscano in modo ancora più puntuale quali test sono necessari, in che modo debbono essere condotti, e quando soprattutto essi siano richiesti per compilare una scheda informativa il più completa possibile di ogni singola sostanza inclusa nella normativa.