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Le accuse dell’Ufficio Europeo per l’Ambiente al REACH

I primi giorni del mese di luglio hanno visto accendersi una polemica tra l’Ufficio per l’Ambiente Europeo (EEB – European Enviromental Bureau) e l’ECHA, l’Agenzia Europa per le sostanze chimiche. L’EEB è formato da 140 organizzazioni di 28 paesi dell’Unione Europea e si occupa di vegliare sul corretto sviluppo della Comunità specie dal punto di vista della sostenibilità “green”.

Non stupisce dunque sapere che abbia seguito con attenzione gli sviluppi del REACH, la nuova normativa europea che entrerà ufficialmente in vigore nel 2018 ma a cui già si stanno adeguando tutti gli enti e le aziende interessate. Alla fine delle sue valutazioni l’EEB ha pubblicato un report intitolato “Restricted Success: EEB’s appraisal of restriction under REACH” (tradotto “Un successo parziale: le considerazioni dell’EEB sulle restrizioni emanate dal REACH”) in cui tira le fila della situazione fino ad ora e nello specifico si occupa di esaminare le restrizioni all’uso di certe sostanze chimiche che sono state emanate fin qui a seguito della presentazione dei dossier di valutazione dei rischi. Il report di EEB appare come un preciso atto di accusa nei confronti delle commissioni dell’ECHA che sono incaricate di passare al vaglio i dossier e, sulla loro base, di decidere quali sostanze chimiche possano essere ammesse alla libera circolazione e utilizzo all’interno dei confini della Comunità Europea e quali no. Quello che EEB evidenzia è quella che potremmo definire senza imbarazzo una discriminazione. Secondo l’Ufficio Europeo, infatti, non si sarebbe stata parità di trattamento nei confronti delle industrie private e degli Stati membri. Mentre questi ultimi sono sottoposti ad un vaglio durissimo e costretti a presentare una gran quantità di prove relativamente ad ogni sostanza chimica movimentata, con grande dispendio di energie e anche di denaro, nei confronti delle imprese e delle industrie ci sarebbe stato viceversa un certo lassismo. Per quanto i dossier potessero essere incompleti o non adeguatamente compilati, le commissioni ECHA hanno finito per lasciar passare senza restrizioni alcune sostanze per le quali esistevano invece delle valide alternative, più sicure per l’uso umano ma più costose. Nello specifico si cita un episodio, quello relativo alle sostanze BPA nella carta termica. Queste sostanze sono state dichiarate legittime ma soltanto, dice l’EEB, perché non si è tenuto conto del rischio che si corre nel contatto tra mani e bocca dopo aver maneggiato tale carta. Si denuncia in sostanza che dietro alcune scelte che sono state fatte non ci sia una reale valutazione dei rischi ma vi siano considerazioni di altra natura, spesso puramente economiche. Si chiede pertanto uno snellimento generale delle procedure per la valutazione dei rischi e l’eventuale restrizione da applicare a certe sostanze, che siano però omogenee per tutti e non solo per alcuni dei soggetti tenuti ad adeguarsi al REACH. Da parte dell’ECHA ovviamente non è mancata una pronta risposta in cui l’agenzia europea si dice del tutto tranquilla sulla validità e la trasparenza delle operazioni svolte dalle commissioni circa la restrizione delle sostanze chimiche considerate pericolose. Rispetto alla richiesta di poter pubblicamente discutere i risultati dei dossier avanzata da EEB, ECHA dice che attraverso il forum è sempre possibile avanzare le proprie obiezioni. Infine conclude dicendo che la validità o meno dei processi di restrizione si può valutare attraverso il numero delle sostanze che sono state o non state autorizzate. Da quando è stato emanato il REACH 20 sostanze sono state sottoposte a restrizione e altre 43 sono in fase di valutazione.