Messaggio

Le sostanze chimiche presenti nei tessuti e le regole REACH

Quando si pensa all’inquinamento ambientale che può essere nocivo alla salute umana, per prima cosa si pensa alle sostanze tossiche presenti nell’atmosfera e poi a quelle che possono essere contenute nei cibi che mangiamo. Per questo si fa molta attenzione a tenere sotto controllo i livelli di polveri sottili nell’aria, e a leggere con attenzione le etichette degli alimenti che acquistiamo al supermercato.

C’è però anche un altro settore che andrebbe tenuto parimenti sotto controllo e al quale invece non si pensa spesso, se non quando accadono fatti eclatanti di intossicazioni che vengono portati agli onori della cronaca dai media. Si tratta degli abiti che indossiamo. Al giorno d’oggi infatti è molto raro che essi vengano confezionati usando tessuti naturali, e in ogni caso tali tessuti vengono sempre sottoposti a tinture chimiche che spesso e volentieri contengono sostanze che possono essere nocive all’organismo. Nello specifico si tratta degli ftalati, che vengono aggiunti alle sostanze plastiche per conferire loro maggiore morbidezza; la formaldeide, che serve ad eliminare i batteri e viene usata in abbondanza anche nel settore tessile; le paraffine, che servono a rifinire pelle e tessuti, ma anche metalli pesanti, solventi di altro genere e soprattutto coloranti potenzialmente tossici. Quello che indossiamo può contaminare il nostro organismo più di ogni altra cosa, ma non esiste una normativa specifica, né in Italia né in Europa, che costringa le aziende a segnalare con chiarezza in etichetta la presenza di queste sostanze, o che regolamenti quali possono essere usate e in quale quantità. L’introduzione del REACH (registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche) potrebbe servire a dare nuove direttive, ma nel settore tessile anche questa normativa non appare del tutto chiara e lascia aperte molte possibili interpretazioni. Un altro rischio che si corre è che molte piccole e medie imprese, che costituiscono il tessuto connettivo della produttività italiana, finiscano danneggiate dalla sua introduzione, in quanto le analisi sulle sostanze chimiche che richiede il REACH sono spesso molto costose. Per il momento quelle che si danno da fare sono soprattutto le associazioni ambientaliste, come ad esempio Greenpeace, che per focalizzare l’attenzione sul problema ha testato circa una quarantina di prodotti di marchi molto noti del mondo dell’abbigliamento, dimostrando come in ognuno di essi vi fossero tracce di Pfc, sostanze largamente impiegate per impermeabilizzare i tessuti ma dannose per la salute. Sempre Greenpeace è la promotrice di “Detox”, una campagna volta a promuovere la creazione di tessuti che non contengano alcun tipo di sostanza nociva. A Detox hanno già aderito cinque industrie italiane, tra cui Inditex, e molte attive a livello internazionale, come H&M. Purtroppo però, a parte questo, come si diceva nel nostro Paese si pone attenzione al problema solo quando emergono dei casi eclatanti: come ad esempio quando alcuni pigiami destinati ai bambini dovettero essere ritirati dal mercato in quanto risultarono tossici, o come quando nel 2013 ci fu un sequestro di giacche e piumini contenenti sostanze vietate. Effettuare controlli in modo sistematico risulta molto difficile: la Asl e il Ministero della Salute possono intervenie solo dietro segnalazione, perché il problema maggiore sta nel fatto che nemmeno il Made in Italy è tutelato. Che un capo sia prodotto in Italia infatti non significa che per il suo confezionamento non possano essere utilizzati tessuti o materiali provenienti dalla Cina, o da altri Paesi dove esiste una normativa più blanda e permissiva. Non resta che vedere come cambierà il panorama con l’introduzione del REACH: nel frattempo ognuno di noi deve tutelarsi come può, avendo cura di lavare sempre i capi nuovi prima di indossarli e di leggere con attenzione le etichette degli indumenti.