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Maggiore trasparenza per la corretta gestione del REACH

Quando ormai si avvicina il termine ultimo per le aziende per mettersi in regola con le normative previste nel REACH, il quale si occupa di movimentazione e manipolazione delle sostanze chimiche, gli obiettivi che tale regolamento si era prefissati sembrano però ancora ben lontani dall’essere raggiunti.

Difatti, in base a quanto comunicato dall’Echa (l’agenzia europea che si occupa di controllare la corretta entrata in vigore del REACH) all’inizio dello scorso anno, sulle 17 mila sostanze controllate ce ne sono ancora 3 mila su cui permangono dei dubbi, probabilmente perché i fascicoli relativi non sono stati compilati in modo adeguato alle necessità. Il dilemma che si pone è se autorizzare o meno l’utilizzo di queste sostanze che, per quel che se ne sa al momento, potrebbero anche risultare nocive o dannose per la salute umana. Il punto più caldo della questione, però, sta nel fatto che l’Echa non ha resi noti i nomi di queste sostanze: il pubblico quindi non ha modo di sapere quali sono gli elementi che potrebbero nuocere loro, e da cui sarebbe bene stare alla larga. La questione che è stata sollevata in merito riguarda i vincoli di segretezza che l’Echa conserva sulle informazioni che possiede: tutto quello che ha reso noto è che ci sono 3 mila sostanze non certificate, ma quali siano, dove siano conservati i relativi fascicoli e quali siano i settori in cui vengono usate, restano dei misteri. Appare dunque chiaro che la tanto sbandierata “trasparenza” che l’Echa sostiene di usare per la comunicazione con il pubblico, in realtà, non esista, perché l’agenzia prende le sue decisioni, per così dire, “a porte chiuse”, senza coinvolgere altri attori e impedendo persino che si possa aprire un dibattito pubblico in merito. ClientEarth, un’associazione no profit britannica che si occupa di tutela dell’ambiente, ha recentemente pubblicato un rapporto in cui l’argomento trattato è proprio il livello di privacy e segretezza tenuto dall’Echa, e le possibili ripercussioni che questo può avere sull’effettiva efficacia del REACH. Il compito dell’Echa, si spiega nel dossier, è quello di creare un database che contenga elencate tutte le sostanze chimiche usate nella Comunità Europea. Per ognuna di queste sostanze si devono esporre in modo chiaro i rischi per i lavoratori che vi entrano in contatto, e si devono dare le direttive per il loro corretto utilizzo. Lo scopo è quello di rendere il più sicuro possibile l’utilizzo di queste sostanze, che sono estrinsecamente pericolose ma inevitabili. La conclusione a cui si giunge, però, è che i protocolli di segretezza usati dall’Echa impediscono una corretta partecipazione pubblica a questo processo, inibendo di fatto una piena efficacia del REACH. Inoltre la mancata partecipazione di terzi ai processi decisionali va contro uno dei principi stessi su cui si basa il regolamento, ovvero quello di “governance aperta”. ClientEarth individua una possibile soluzione a questa problematica attraverso l’inclusione di altre parti nel dibattito sulle sostanze chimiche, ad esempio i produttori di nuove tecnologie più sicure; i consumatori dei prodotti che contengono sostanze chimiche potenzialmente pericolose; gli investitori; gli scienziati e tutta la società civile. L’Echa, in una parola, dovrebbe allargare il dialogo, in quanto un’unica agenzia non può gestire la mole di informazioni relativa a 17 mila sostanze chimiche. Suddividendo il compito con altri enti, invece, sarebbe possibile superare le difficoltà incontrate fin qui e avere risultati migliori in tempi minori.