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Nuovo rapporto Echa: ftalati nei giocattoli

Il 13 febbraio 2018 è stato pubblicato un nuovo report dell’Echa, l’Agenzia Europea per i prodotti Chimici, nel quale si afferma una realtà piuttosto preoccupante. Sembra infatti che in circa il 20% dei giocattoli venduti nell’area dell’Unione Europea siano contenute delle sostanze chimiche potenzialmente pericolose. L’indagine è stata condotta su oltre 5 mila articoli venduti all’interno della comunità, che a dire il vero non comprendono soltanto giocattoli ma anche altri oggetti di uso comune fabbricati con materie plastiche.

In tutti i casi sono stati individuati elementi nocivi per la salute umana, come il piombo e il mercurio. Questo di per se sarebbe un dato già sufficientemente allarmante, ma di certo la preoccupazione sale quando si parla di bambini, perché infatti pare che la percentuale maggiore di sostanze tossiche sia stata trovata proprio nei giocattoli. Le indagini condotte dall’Echa, la quale dal 2006 si occupa di controllare che siano rispettati i parametri indicati nel REACH, il nuovo documento che regola l’utilizzo delle sostanze chimiche all’interno dell’Unione Europea, parlano chiaro. Negli oltre 1000 prodotti analizzati sono state trovate tracce di ftalati, che servono per rendere più morbida la plastica ma che sono stati dichiarati “fuorilegge” ormai da molti anni. Gli ftalati infatti sembrano essere nocivi in tre diversi aspetti dello sviluppo umano: metabolico, neurologico e riproduttivo. I responsabili sono tre ftalati identificati dalle sigle Dehp, Dbp e Bbp, i quali interferiscono con il sistema endocrino umano. Si capisce come i danni possano essere ancora più sensibili e importanti se a subirne gli effetti è un bambino in fase di crescita. I rilievi dell’Echa dunque appaiono decisamente allarmanti, e lo stesso si può dire anche per gli altri riscontri che sono stati ottenuti. Nel 13% degli articoli in cuoio che sono stati esaminati sono state trovate tracce di cromo esavalente, che è una sostanza cancerogena; nel 12% dei gioielli, invece, sono state trovate sostanze che possono danneggiare i reni e i polmoni di chi li indossa. Una buona quantità dei prodotti analizzati non aveva una provenienza certa, ma una percentuale consistente (il 17%) proviene dalla Cina. Per cercare di mitigare un po’ la durezza dei risultati ottenuti, l’Echa ha comunque fatto sapere che il campione considerato non si può considerare con certezza rappresentativo dell’intero mercato. È infatti la prima volta che viene condotta un’indagine di tale ampiezza, ed è indispensabile che essa venga ripetuta tra qualche anno per verificare che non vi siano stati cambiamenti nello stato delle cose, e che l’uso di sostanze pericolose venga reiterato nel tempo. D’altro canto è proprio questo uno dei motivi per cui è stata varata una nuova normativa comunitaria, il REACH, il cui scopo è appunto quello di mettere una regola non solo e non tanto nella commercializzazione, e quindi nella movimentazione all’interno dei confini europei, delle sostanze chimiche. Il regolamento mira soprattutto ad individuare tutte quelle sostanze che possono comportare un rischio per la salute umana e quindi a dare delle direttive precise circa il modo in cui possono essere utilizzate. Bisogna infatti precisare che non è possibile semplicemente “bandire” alcune sostanze chimiche, pena intaccare gli interessi economici di molti Paesi. Il compito dell’Echa è quindi quello di trovare un giusto equilibrio tra tutela degli interessi economici e della salute pubblica: compito di certo non facile ma che l’agenzia si sta assumendo con molta determinazione.