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Effetti collaterali del REACH

Nelle intenzioni, il REACH (“Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals” Reg. CE 1907/2006) è una normative che vuole uniformare a livello europeo tutte le regole che riguardano le sostanze chimiche, che sono pericolose sia nel loro utilizzo che nel trasporto.

Schedando quindi ogni singola materia usata nel mondo dell’industria, e condividendo le informazioni tra tutti i Paesi europei, sarà possibile monitorare con maggior facilità la circolazione di tali prodotti, rendendone più sicura e certificata la commercializzazione. Ci sono però alcuni possibili conseguenze che ancora non sono state valutate nel complesso ma che emergono mano a mano che si avvicina la scadenza ultima per la messa in regola per le aziende, fissata per il 2018. Una problematica, ad esempio, è stata sollevata dalle piccole e medie aziende italiane che lavorano nel settore della colorazione dei tessuti e della carta. Il punto sta nell’imposizione presente all’interno del REACH che vuole che tutte le sostanze chimiche utilizzate siano schedate e previamente sottoposte a dei test tossicologici; qualora un’azienda utilizzi una sostanza che non ha mai subito dei test in passato è tenuta dunque a farli eseguire. Questi test però sono molto costosi, e le PMI italiane spesso non possono permetterseli, o comunque la loro esecuzione renderebbe l’utilizzo di una particolare tinta anti economico, costringendo quindi a non utilizzarla più per evitare complicazioni e appesantimenti in termini di costi. Questo significherebbe la scomparsa di moltissime colorazioni messe a punto da piccole aziende artigiane, usate magari molto poco, che però costituiscono una delle principali prerogative dell’imprenditorialità nostrana, ovvero la capacità di inventare e differenziarsi dalla concorrenza. Se una grande industria può permettersi senza troppi problemi di eseguire i test richiesti in seno al REACH, che possono costare dai 25 mila euro fino ai 200 mila, per una piccola azienda questo costo sarebbe insostenibile a fronte di un prodotto che costa tra i 6 e gli 8 euro. Per cercare di dirimere la questione è stato creato un consorzio di aziende operanti nel settore della colorazione dei tessuti che si è denominato Dye-Staff. Il presidente, Roberto Pasini, racconta che Dye-Staff è formata da 13 aziende con fatturato annuo di 90 milioni di euro e 260 dipendenti. Le imprese dovrebbero testare circa 600 sostanze, con un esborso davvero impossibile da affrontare per loro. Dye-Staff sta cercando degli escamotage per evitare di incorrere in sanzioni, ma anche di impoverire enormemente le casse aziendali: ad esempio, cercando di creare famiglia di colori le cui caratteristiche possano essere attribuite a più di un prodotto. Inoltre sta facendo pressione affinchè vengano resi pubblici i database di grandi aziende che in passato hanno già eseguito i test che ora si richiederebbe, e che quindi potrebbero evitare alle PMI del settore di affrontare una spesa che, oltre ad essere onerosa, si configura anche come inutile, visto che il REACH prevede che per catalogare le sostanze possano essere usati anche i risultati di test eseguiti in passato. Tra i molti pericoli che le aziende del consorzio Dye-Staff denunciano c’è quello del proliferare sul mercato di indumenti tinti con prodotti asiatici, i quali costano molto meno e non sono sottoposti agli stessi controlli e alle stesse regole di quelli europei. Molto spesso però queste tinture sono davvero dannose per la salute, ma potrebbero essere preferite dagli acquirenti qualora i prodotti nostrani diventassero poco concorrenziali dal punto di vista del prezzo. Se la questione non venisse risolta significherebbe la fine per molte delle piccole aziende artigiane italiane, che hanno sempre rappresentato l’eccellenza del settore.