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Il REACH, la sperimentazione animale e il glifosato

Nel 2006 sono state introdotte le nuove normative presentate nel REACH, che è la legge europea che regolamenta la classificazione e la distribuzione delle sostanze chimiche potenzialmente pericolose all’interno della Comunità Europea. Anche se il REACH diventerà realmente operativo solo entro il 2018, termine entro il quale tutti gli enti coinvolti, privati e pubblici, sono obbligati a mettersi in regola, già si sono sollevati numerosi problemi relativi soprattutto all’identificazione delle sostanze chimiche.

Una delle principali novità introdotte da questa normativa infatti riguardano la necessità di dare una classificazione precisa e univoca, basata sui nuovi parametri elencati nel dettaglio, a tutte le sostanze chimiche maggiormente diffuse nei vari ambiti produttivi umani. Questo ha scatenato un acceso dibattito circa le modalità con le quali debbono essere condotti questi test: soprattutto gli animalisti si sono scagliati contro il fatto che la stragrande maggioranza delle prove di tossicità continuano ad essere svolte su animali.

Oltre a contestare la crudeltà di questa pratica se ne contesta anche l’effettiva validità. Secondo quanto sostiene Michela Kuan, responsabile per l’Area ricerca senza animali della Lav (Lega Anti Vivisezione), in oltre 200 anni di impiego nessuno mai si è preoccupato di provare scientificamente la validità dei test su animali nel momento in cui gli stessi risultati debbono essere applicati agli esseri umani. Esistono numerosi test alternativi che possono essere usati in laboratorio, tutti ugualmente ammessi dal REACH, i quali invece hanno dovuto superare una serie molto rigida di controlli per poter essere convalidati. Ciononostante la maggior parte degli esperimenti continua ad essere eseguita su cavie animali, in un gesto che appare di crudeltà gratuita, o forse di convenienza delle grandi lobby. Quest’ultimo aspetto è stato portato alla ribalta soprattutto dal caso glifosato. Il glifosato è una sostanza chimica che in passato è stata ampiamente usata in agricoltura come disseccante e diserbante, e tuttora è uno degli erbicidi più diffusi.

Nel 2015 lo IARC (International Agency for Research on Cancer) ha pubblicato uno studio secondo il quale era possibile che l’uso del glifosato sulle coltivazioni potesse essere una delle cause dell’insorgenza del cancro. Una netta smentita è arrivata però qualche tempo dopo da parte dell’EFSA (European Food Safety Authority) la quale ha invece seccamente escluso che il glifosato potesse avere una qualunque proprietà cancerogena. L’EFSA ha basato le sue conclusioni su test di laboratorio eseguiti sui topi. I principali dubbi che le associazioni animaliste avanzano sono riguardo ai quantitativi: si ritiene infatti che, mentre in passato la nocività di certe sostanze potesse essere calcolata sul fatto che i soggetti vi venivano sottoposti in modo massiccio, ora il problema è che molte sostanze nocive sono presenti, ad esempio, in quello che mangiamo, in porzioni molto piccole, che però vengono assunte in modo sistematico.

Questo priverebbe i test eseguiti sugli animali di una reale veridicità, o perlomeno non si può asserire scientificamente che ciò che è valido per gli animali lo sia anche per gli uomini. Non da ultimo, si avanzano dei dubbi circa l’attendibilità di certi studi commissionati dagli enti stessi che possono avere un qualche interesse economico nel dichiarare una sostanza nociva, o meno. Da parte dell’Echa, l’agenzia europea che si occupa di sostanze chimiche e della messa in opera del REACH, arrivano però delle rassicurazioni. Per quanto i test su animali siano ancora tollerati si sta spingendo sempre di più verso l’adozione di metodi alternativi, e la sperimentazione su esseri viventi viene tollerata solo quando realmente non esistono altre vie possibili.